Per l’Europa prove tecniche di “competitività” in stile Merkel

Lunedì, con l’atteso accordo tra i capi di governo europei sul Fiscal compact, la “cultura della stabilità tedesca” – come l’ha definita il presidente del Consiglio, Mario Monti – verrà riaffermata in tutto il continente, Regno Unito escluso. E sempre lunedì, stando alle dichiarazioni della cancelliera Angela Merkel e alle anticipazioni del documento finale del vertice, un’altra parola d’ordine potrebbe fare il suo ingresso nell’agenda europea: dopo la “stabilità” è il momento della “crescita”, o più precisamente della “competitività”
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Lunedì, con l’atteso accordo tra i capi di governo europei sul Fiscal compact, la “cultura della stabilità tedesca” – come l’ha definita il presidente del Consiglio, Mario Monti – verrà riaffermata in tutto il continente, Regno Unito escluso. E sempre lunedì, stando alle dichiarazioni della cancelliera Angela Merkel e alle anticipazioni del documento finale del vertice, un’altra parola d’ordine potrebbe fare il suo ingresso nell’agenda europea: dopo la “stabilità” è il momento della “crescita”, o più precisamente della “competitività”. L’austerity infatti non basta più, ha detto la stessa Merkel, è il momento di “riforme strutturali che portino alla creazione di più posti di lavoro”.
Nessuna politica fiscale espansiva in stile americano, però, perché i bilanci pubblici restano pericolanti; meglio piuttosto una spruzzata di “Modell Deutschland” sui mercati del lavoro degli altri stati europei. A partire da quelli più in difficoltà, come la Spagna: a fine dicembre il tasso di disoccupazione di Madrid ha raggiunto il nuovo record storico dal 1995 (22,85 per cento), per un totale di 5,27 milioni di persone senza lavoro, secondo i dati diramati ieri. Il premier conservatore, Mariano Rajoy, alla Merkel ha ricordato che uno dei suoi principali impegni è quello di modernizzare le leggi nazionali che riguardano assunzioni, organizzazione del lavoro e licenziamenti. Berlino e Bruxelles non sono più insensibili a questi sforzi, tanto che secondo le indiscrezioni pubblicate ieri dal quotidiano El Mundo, l’Ue potrebbe perfino chiudere un occhio sugli obiettivi di riduzione del deficit se la Spagna si impegnerà in riforme strutturali significative. I problemi del paese iberico sono noti: “I contratti a tempo determinato consentono i licenziamenti meno costosi d’Europa – spiega Javier Diàz-Giménez, professore di Economia alla Iese Business School di Barcellona – e i contratti a tempo indeterminato obbligano ai licenziamenti più cari d’Europa. Così nascono due tipi di lavoratori: i precari e gli intoccabili”.
Il dualismo tra “outsider” e “insider”, che il giuslavorista del Pd Pietro Ichino definisce “apartheid”, caratterizza anche la situazione italiana. La prossima settimana riprenderà il tavolo tra governo Monti e parti sociali per la riforma del mercato del lavoro, e all’ordine del giorno c’è l’introduzione di una maggiore flessibilità in uscita nei contratti a tempo indeterminato e allo stesso tempo un riequilibrio degli ammortizzatori sociali. Il ragionamento del ministro del Lavoro, Elsa Fornero, è che le risorse delle attuali cassa integrazione straordinaria e in deroga andrebbero utilizzate per un welfare universale, per tutti i disoccupati e per i giovani. Il modello danese della “flexsecurity” resta quello di riferimento per il ministro Fornero, ma d’altronde è noto che anche in Germania la cassa integrazione non esiste. Nell’ottica teutonica, infatti, sostenere imprese decotte fa più danni che altro all’economia.
La scorsa settimana anche in Portogallo è stato raggiunto un accordo di massima tra governo, imprenditori e sindacati, per “aumentare la produttività, ridurre i giorni non lavorativi e generare costi di produzione più competitivi”, come scritto ieri sul Wall Street Journal da Carlos Moedas, segretario di stato del primo ministro di Lisbona. Ma ancora più orientato verso un “modello tedesco” è il presidente francese, Nicolas Sarkozy, che finora ha trovato un’intesa con le parti sociali soprattutto su un punto: lo snellimento delle procedure per far accedere le imprese all’orario ridotto in momenti di crisi, ispirato al Kurzarbeit che in Germania ha evitato tanti licenziamenti nel momento più duro della congiuntura.
Ma secondo Mickey Levy, capo economista di Bank of America, la convergenza sul modello tedesco comporterà anche molti sacrifici. Dal 2000 a oggi “i costi unitari del lavoro nei paesi più in difficoltà dell’Eurozona – ha scritto Levy su Vox.eu – sono aumentati molto di più che in Germania”. E “la maggiore fonte di divergenza della competitività tra i paesi dell’Eurozona è stato proprio l’aumento dei salari in eccesso rispetto agli incrementi di produttività”. Quel che serve in Francia, Italia, Portogallo e Spagna, dunque, è più efficienza sul posto di lavoro e più moderazione salariale: la “competitività” à la Merkel non sarà un pranzo di gala.